E se l’intercettato rimane in silenzio?

Nella musica il silenzio viene scritto.

Si chiama “pausa” e viene trascritta con un segno grafico che rappresenta un preciso momento di silenzio, in cui la musica si sospende per un tempo più o meno lungo. Ogni nota ha la propria pausa corrispondente, di identico valore di durata.

La pausa musicale è dunque parte della composizione, essa è contenuto musicale al pari della nota suonata, quella udibile.

Nel 1952 il compositore John Cage concepì il brano 4′33″, il cui spartito dà istruzione di non suonare per tutta la durata del brano, ossia per 4 minuti e 33 secondi. Nelle intenzioni di Cage, la composizione consiste proprio nella comunicazione sonora proveniente dal silenzio dell’ambiente in cui viene eseguita.

Nella comunicazione verbale umana, invece, spesso il silenzio viene trascurato.

Gli studi di linguistica, per esempio, per lungo tempo hanno associato la nozione di silenzio a una semplicistica idea di “assenza” di parola, di vuoto di comunicazione e di significato. Il silenzio era, pertanto, linguisticamente irrilevante.

Solo a partire dagli anni Novanta, con lo sviluppo della cd. linguistica pragmatica, ci si è occupati sempre di più del “silenzio” come vero e proprio atto comunicativo, al pari dell’atto del parlare (J. Bilmes, “Constituting silence: life in the world of total meaning”, in Semiotica 1998, pagg. 73–87; D. Kurzon, “The right of silence: a socio-pragmatic model of interpretation”, in “Journal of Pragmatics”, 1995, 23, pagg. 55–69).

Si è giunti alla conclusione secondo cui nell’ambito di tutte le culture il silenzio non è un “vuoto”, non è solo astensione o interruzione dell’attività verbale ma è una attività comunicativa alternativa. Sotto questo aspetto gli studi di linguistica hanno confermato ciò che Lacan aveva pure teorizzato: il Silenzio come “assenza del significante” ma non di significato, come “discorso vuoto” (“parole vide”) ma pur sempre discorso (J. Lacan, “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi”, 1953)

Nel procedimento penale, e in particolare nelle intercettazioni di comunicazioni, il silenzio tuttavia non viene quasi mai preso in considerazione.

In questo specifico ambito, pertanto, il silenzio ha conservato quel desueto statuto che aveva agli inizi del Novecento, cioè di un “vuoto” all’interno della conversazione, di una carenza insignificante e pertanto non meritevole di essere riportata.

Al contrario, la linguistica giudiziaria esige che la trascrizione di una conversazione preveda la rigorosa e puntuale annotazione del silenzio e della sua durata. Le ragioni sono intuibili.

Secondo una prospettiva di analisi conversazionale, infatti, il silenzio può indicare la difficoltà dei parlanti a effettuare il passaggio del turno: come è stato osservato, “al pari delle sovrapposizioni [di parola], i silenzi costituiscono violazioni del principio di minimizzazione delle interruzioni nel flusso conversazionale” (M. Fatigante, “Teoria e pratica della trascrizione in analisi conversazionale. L’irriducibilità interpretativa del sistema notazionale”, Università ‘La Sapienza’ di Roma). 

L’annotazione del silenzio può rilevare anche il grado di elaborazione cognitiva necessaria al parlante per pianificare il suo discorso o per comprendere ciò che gli è stato detto, quindi la sua intraneità o estraneità a universi condivisi di conoscenze con l’altro interlocutore (F. Goldman-Eiser, “On the Variability of Speed of Talking and on its Relation to the Length of Utterances in Conversation”, in “British Journal of Psychology”, 1954, pagg. 94-107).

Si tratta delle cd. “pause ‘brevi’ e ‘lunghe’”, la cui durata presenta in genere un intervallo che va da circa 80 millisecondi (per una pausa molto breve) a 3 secondi (per una pausa molto lunga – A. Giannini, “I silenzi del telegiornale”, 2008, in M. Pettorino, A. Giannini, M. Vallone, “La comunicazione parlata”, Atti del congresso internazionale di Napoli 23-25 febbraio 2006, Tomo I, Napoli, Liguori, E-book, pagg. 97-108).

La trascrizione del silenzio può indicare anche la presenza di alcune dinamiche non verbali in corso, che, in assenza dell’annotazione, rischierebbero di andare perse.

Pensiamo alle improvvise interruzioni dell’eloquio, che solitamente avvengono quando un interlocutore si ferma perché il destinatario ha sottratto il contatto visivo e dunque l’attenzione,  ripristinati i quali riprende e riformula ciò che stava dicendo (C. Goodwin, “Restarts, Pauses and the Achievement of a State of Mutual Gaze at Turn Beginning”, in “Sociological Inquiry”, 50, 272-302). 

Trascrivere il silenzio e la sua durata può consentire inoltre di identificare lo status dei parlanti. Spesso i momenti di silenzio tracciano una mappatura dei ruoli degli interlocutori, delle posizioni reciproche di soggezione o di dominio (culturale, relazionale, ovvero derivante da posizioni gerarchiche all’interno di un gruppo criminale). Il silenzio infatti può essere anche strumento di potere: si può esercitare sull’altro un dominio sottoponendogli  il proprio silenzio prolungato, come se fosse una risposta (T. De Mauro, “Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingua”, Laterza, Roma-Bari, 1982).

L’attuale prassi nelle trascrizioni esclude totalmente l’annotazione di eventuali silenzi: il testo di una conversazione tra due soggetti viene pertanto presentato come se fosse una provvisoria bozza di una sceneggiatura, nella quale gli interlocutori parlano in un irreale flusso continuo, privo di sospensioni, di interruzioni, di pause.

Il risultato è uno solo: l’esigenza di leggibilità della trascrizione sacrifica la veridicità del contenuto comunicativo realmente scambiato.

Annotare il silenzio, il suo prolungamento, può consentire invece di inquadrare con più precisione la complessiva interazione tra i soggetti: quella lacuna sonora può essere densa di significato. 

Tullio De Mauro in “Ai margini del linguaggio” osserva come in latino si usassero due verbi diversi: silēre e tacēre. Il primo indicava l’assenza di ogni suono, mentre “tacere” indicava un atto volontario, proprio perché nel tacere, fin dall’antichità, è implicita una deliberata scelta comunicativa che non può andare persa.

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