Audio ergo transcribo.

Il Corriere della Sera riporta la notizia della errata e parziale traduzione in italiano e trascrizione di un dialogo avvenuto nel corso di un colloquio in cella tra uno dei due indagati e il padre insieme al legale americano.

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/20_febbraio_20/carabiniere-ucciso-cambiate-frasi-americani-intercettati-carcere-0a7a5282-5358-11ea-a666-434a0f1b693a.shtml

Il processo stabilirà ovviamente la erroneità o meno della trascrizione effettuata dal trascrittore. L’aula di udienza costituirà certamente una occasione unica per comprendere quale sia l’attuale approccio che gli operatori del diritto riservano all’analisi delle trascrizioni forensi.

Sarà molto interessante comprendere, per esempio, attraverso quali parametri di giudizio verrà affrontata la questione della attendibilità della trascrizione e della conseguente traduzione.

Attualmente permane infatti la grave assenza di un protocollo nazionale in tema di trascrizioni forensi che indichi quali debbano essere le buone prassi “minime” affinché venga prodotta una trascrizione scientificamente attendibile. Permane altresì l’assenza di un albo nazionale e, soprattutto, di un percorso formativo unico per i trascrittori.

La comunità scientifica internazionale da tempo ha proposto numerose raccomandazioni in tema di trascrizioni forensi. La vaghezza “è caratteristica di ogni testo parlato” e, pertanto, una trascrizione troppo “pulita” raramente è affidabile (Orletti, F., 2016, “La trascrizione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali: un esercizio di analisi della conversazione applicata”, in “Parlare insieme. Studi per Daniela Zorzi”, a cura di F. Gatta, pp. 49-64, Bononia University Press).

Nei casi, poi, di dubbia intellegibilità del dato fonico (l’indagato ha detto “bank” oppure “tank”?) sarebbe doveroso astenersi dal trascrivere una propria supposizione, mentre sarebbe preferibile indicare le varie alternative, a maggior ragione quando il parlato originario è in lingua straniera o in dialetto. In quest’ultimo caso si dovrebbe ricorrere a un “morpheme-by-morpheme line”, cioè dedicare una linea della trascrizione alla indicazione del morfema pronunciato nella lingua straniera, così da consentire di controllare quale dato fonico è stato percepito e trascritto (J.A. Edwards & M.D. Lampert, “Talking data: transcription and coding in discourse research”, pp. 91-121, NY: Lawrence Erlbaum Associates).

Finchè la carenza di protocolli e linee guida permarrà, ogni trascrittore potrà approcciarsi all’attività di trascrizione in modo personale e soggettivo, con la conseguenza che qualsiasi altro trascrittore potrà contestarne l’elaborato adducendo propri, personali approcci.

La questione è urgente se si pensa come l’attuale orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità esprima una posizione sideralmente opposta a quella degli studiosi linguisti e fonetisti: la Suprema Corte afferma infatti che la trascrizione delle registrazioni telefoniche si esaurisce in una serie di operazioni di carattere materiale, per le quali non sarebbe necessaria “l’acquisizione di alcun contributo tecnico-scientifico” (Cass., Sez. VI Pen., sentenza n. 3027 del 20.10.2015, Rv. 266497).

Pensiamo ancora che la trascrizione sia un’attività talmente semplice la cui esecuzione possa prescindere dal possesso di specifiche competenze?

Gruppo Facebook “Giustizia A Parole”: https://www.facebook.com/groups/1352326014931521/?ref=share

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