Nuovo Dizionario del processo penale da remoto. Ultima parte: Presenza – Utente

PRESENZA

Nel lessico del processo virtuale il termine «presenza» ha un significato diverso da quello cui siamo abituati.

Heidegger nella propria opera Essere e tempo ricorre a un termine, «dasein».

Questa parola è composta dalla particella «da», che sta indicare uno spazio a metà strada tra l’immediatezza del «qui» e la distanza del «lì» e «sein», che vuol dire «essere». Pietro Chiodi, primo traduttore dell’opera del filosofo tedesco, ha tradotto «dasein» in «esser-ci», laddove la particella locativa indica non solo uno spazio, ma uno stato concreto di esistenza. L’esserci di chi è presente nella propria interezza.

Questo vuol dire che la presenza non è semplicemente la occupazione volumetrica di un luogo, ma implica un coinvolgimento sul piano percettivo, cognitivo e interattivo.

Proprio nell’ambito della psicologia cognitiva, in un bel lavoro di Alessandra Micalizzi, dal titolo Il senso di realtà del virtuale e i “principi di presenza”, si citano numerosi studi secondo i quali la partecipazione a una piattaforma virtuale coinvolge tre aspetti della presenza: quella cognitiva, quella tecnologica e quella comunicativa.

Con quella cognitiva la persona percepisce la propria presenza nel luogo reale ove si trova.

Con quella tecnologica la persona percepisce la propria presenza proiettata sullo schermo del monitor, quindi rileva la propria presenza simulata.

Con quella comunicativa, infine, la persona percepisce l’interlocutore, la cui dimensione è avvertita solo come virtuale.

L’interlocutore «da remoto» non offre di sé la presenza ma, come direbbe Jacques Deridda, una «traccia di presenza».

Semanticamente la parola «traccia», infatti, è legata alla presenza ma vi appartiene in un ordine supplementare, di grado inferiore.

La traccia indica un presente parziale, «che non è mai stato presente», che non ha mai raggiunto l’esser-ci (Deridda).

Ecco, nel nuovo lessico forense la «presenza» rischia di significare «traccia di presenza». L’imputato non è presente, ma vi è traccia di presenza dell’imputato.

Della sua presenza vi è traccia telematica, grazie alla connessione.

Si tratta di presenza dislocata, elettronicamente ricostruita come prossima. Non è più il Dasein di Heidegger, non è l’esserci, ma è la traccia di sé.

QUALIFICA

Nelle aule di udienza tradizionali talune qualifiche godono di una forma di «auto-evidenza», vuoi per l’abbigliamento (toga), vuoi per la posizione assunta fisicamente all’interno dell’aula (il pubblico ministero, i difensori delle parti, il giudice). Altre qualifiche, meno evidenti, vengono richieste e declinate e riguardano imputati, testimoni, consulenti e tutti coloro che partecipano all’udienza.

Gli studi di lessicologia dovrebbero aggiornare questo lemma al nuovo significato assunto nell’ambito delle udienze on line.

Con il termine «qualifica» adesso si intende in primo luogo l’identità telematica con la quale il soggetto si connette all’aula virtuale.

Nelle esigue possibilità lessicali offerte dal vocabolario tecnologico le qualifiche si riducono a esser definite con due categorie di parole: quella di «gestore» od «organizzatore del team», con i poteri tecnologici che ne derivano (assunta dal giudice), e quella di «invitato al team», di «partecipante», assunta indistintamente dalle parti processuali.

La verifica delle qualifiche viene attestata nelle varie forme di autenticazione informatica previste dalla piattaforma: attraverso un sistema automatico di interrogazione-risposta ci si assicura che il difensore sia un legittimo «invitato al team» e che, pertanto, il suo tentativo di stabilire la connessione sia autorizzabile e valido.

Nel caso di processi particolarmente delicati si può immaginare una verifica più rigorosa delle qualifiche dei partecipanti: una più sicura autenticazione cd. «a due fattori» potrebbe prevedersi in tutte le ipotesi di celebrazione dell’udienza a porte chiuse.

REMOTO

Il termine fa parte di quelle parole ricorrenti in certe frasi stereotipate usate nel Foro.

Negli atti, infatti, è frequente incontrare questa parola con il significato di «rimosso» e dunque «astratto», «ipotetico» ma non probabile: in un atto difensivo potremmo leggere, per esempio, che «nella remota ipotesi di un accoglimento dell’appello, emergerà comunque che la prova lascia fuori solo ipotesi remote».

In altra misura il termine indica il tempo remoto, tempo verbale poco ricorrente negli atti, più inclini all’uso (e abuso) dell’imperfetto, cd. «narrativo», di stile burocratico: l’imputato «si recava», giammai «si recò».

Nel nuovo lessico forense la parola «remoto» è la parola-manifesto del processo di nuova generazione. In tre sillabe è racchiusa tutta l’ansia tecnologica della nuova giustizia.

La parola «remoto» è, in realtà, un operatore semiotico.

Questo lemma, affiancato a termini e locuzioni propri della vecchio lessico, ne realizza una mutazione genetica: incontriamo così il processo da remoto, l’udienza da remoto, le eccezioni formulate da remoto, che non sono più il processo, l’udienza e le eccezioni che conoscevamo.

SEGRETO

A prescindere dalla sua ricorrenza in specifiche fattispecie penali (come, per esempio, i vari reati di rivelazione di segreto), questa parola viene abusata in un tipico vocativo del lessico del difensore: «Signori della Corte, quando vi ritirerete nel segreto della Vostra camera di consiglio…».

In quella frase la parola «segreto» mantiene il significato che le è proprio, cioè quello di una dimensione riservata e protetta nella quale il giudice o i giudici si ritirano per deliberare. Segreto è ciò che è lontano dagli occhi, appartato, nascosto.

La riservatezza del luogo, ove il giudicante si raccoglie, si estende all’eventuale opinione dissenziente, cioè alla posizione minoritaria assunta da un componente nelle decisioni collegiali, che rimane segreta. Segreta la camera di consiglio, segreta l’opinione dissenziente.

Il termine «segreto» indica dunque la riservatezza del dibattito che si svolge tra i giudici, ma non impedisce agli avvocati, in fervente attesa nell’aula vuota, di percepire comunque qualche segnale proveniente dal gran segreto della camera di consiglio.

La riflessione del giudicante non può sottrarsi a un fattore comunicativo importante, non secretabile: il tempo che passa.

La durata della camera di consiglio è un elemento semiotico importante per il difensore. Più a lungo si protrae la camera di consiglio, più controversa e dibattuta appare la questione disputata riservatamente.

Nel nuovo processo virtuale scompare l’aula di udienza e scompare la camera di consiglio. La nuova camera di consiglio non ha bisogno della garanzia della segretezza: il luogo ove si svolge è tecnologicamente appartato, rimosso, remoto.

La nuova camera di consiglio virtuale non ha bisogno di segretezza perché è sufficiente che sia crittografata e così il tempo della sua durata è annullato.

TOGA

Il termine rischia di scomparire per desuetudine.

La parola, si sa, discende dal verbo latino tĕgo, che ha il significato sia di «ricoprire» che di «proteggere»: la toga ricopre e protegge chi la porta. Ricopre perché nasconde i tratti personalistici dell’abbigliamento sottostante, trasferendo il paradigma della severa funzione in una sobria veste. La toga protegge perché consente che sia riconosciuto chi la indossa come titolare di funzioni di pubblico rilievo. In entrambi i casi, dunque, ha un effetto distintivo rispetto al pubblico che frequenta l’aula.

La toga è un abito previsto anche in altri ambienti, come quello accademico e notarile, ma il suo utilizzo è limitato a talune occasioni di particolare prestigio. Solo nelle aule penali essa è quotidianamente indossata, fino a consumarsi in una sottile e trasparente tela nera.

L’abitudine a indossarla deriva da un preciso dovere, previsto dall’art. 104 del regio decreto n. 3 del 1927, ove si prescrive che «gli avvocati ed i procuratori debbono indossare le divise nelle udienze dei tribunali e delle corti».

Le funzioni della toga (ricoprire e proteggere) sono connesse alla pubblicità del processo: solo nel processo celebrato in un luogo pubblico è necessario che siano riconoscibili i soggetti cui il codice demanda specifiche attività rituali.

Queste funzioni rischiano di perdere la propria ragion d’essere nelle udienze da remoto.

Una conferma di ciò viene proprio dalla Corte Costituzionale, la quale in un recente comunicato ha previsto come le udienze nei giudizi costituzionali mediante collegamento telematico siano celebrate, appunto, «senza la toga».

UTENTE

Il lessico forense si arricchisce di questa parola, tradizionalmente contenuta negli sbiaditi vocabolari della pubblica amministrazione: agli utenti del trasporto pubblico, a quelli della rete autostradale e a quelli della scuola si aggiungono adesso gli utenti del processo virtuale.

Questi ultimi al momento della connessione sono tutti uguali.

Non esistono varchi di accesso al Tribunale privilegiati, né tesserini di riconoscimento da mostrare rapidamente.

L’accesso alla piattaforma sulla quale si celebra l’udienza è atto iniziale, comune a tutti, che rende uguali l’utente-giudice, l’utente-avvocato e l’utente-pubblico ministero, differenti solo per credenziali iniziali.

La nuova parità passa attraverso un livellamento tecnologico. Tutti siamo uguali davanti all’accesso telematico del processo, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Gruppo “Giustizia A Parole – Appunti di Linguistica Giudiziaria”: https://www.facebook.com/groups/1352326014931521/?ref=share

Riferimenti bibliografici

Pietro Chiodi, Introduzione all’ed. italiana di Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1976, X

Micalizzi, Il senso di realtà del virtuale e i “principi di presenza” in Riva, Valataro, Zaffio, Tecnologie della presenza. Concetti e applicazioni, in Mondo digitale, 3, 2009, 32-45

Deridda, La voce e il fenomeno. Introduzione al problema del segno nella fenomenologia di Husserl, 2010

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