L’impersonalità della sentenza

Nelle motivazioni di una nota recente sentenza leggiamo: “Perché dileggiare la condotta delle vittime e metterle sul banco degli imputati come reiteratamente è stato fatto in questo processo, esercitando il diritto di difesa al limite del consentito e della decenza?“

Quindi, ci siamo detti, è finita. D’altronde si sa, tutto ha una fine.

Anche il biblico monte Tabor, che delimitava le tre tribù di Israele, oggi è poco più di una collinetta.

Dunque perché non dovrebbe finire anche la stagione delle sentenze impersonali? Vale a dire di quei provvedimenti senza traccia dell’autore, se non nell’epigrafe e nella sottoscrizione in calce? Di quelle motivazioni nelle quali la giustificazione di una pena severa non era accompagnata da opinioni del giudicante sull’imputato o sulla difesa?

Forse è corso un tempo nel quale le sentenze  di condanna, anche quelle pronunciate nei confronti del più sulfureo degli imputati, assistito dalla difesa più eccentrica e focosa, erano silenziose sulla personalità dell’estensore. Quel silenzio aveva il sapore della garanzia della terzietà del deliberante, garanzia che nel calamo diventava anche compostezza dello stile. L’impersonalità costituiva l’ultimo omaggio dello Stato di diritto all’imputato e alla sua difesa, aveva un che di indulgente e, forse, di misericordioso. Il deliberante condannava, senza cedere a bizzarrie opinabili, a insinuazioni personali. Si asteneva e si tratteneva dal denunciare il proprio ribrezzo, disgusto, esecrazione per l’imputato o la sua difesa. Sufficit poena. Superflua, dunque, qualsiasi addizione personale ed emotiva.

L’impersonalità concorreva a garantire la legalità della sentenza, la circondava proteggendola dalle spinte primordiali di un giudizio impulsivo e, dunque, moralistico. Che è malattia del testo e, dunque, della motivazione.

L’impersonalità tuttavia era gravosa. Era il sudore di un labor limae del giudice sulla sentenza, di una meticolosa levigazione dell’esposizione, una paziente rimozione delle asperità eticizzanti. Alla continua autocorrezione linguistica corrispondeva un sacrificio personale dell’estensore. Costui realizzava la separazione del raziocinio dalla più gastrica emotività. D’altronde con κρίνω  gli Ateniesi intendevano sia “giudicare” che “separare”. Motivare era tutto un olimpico sforzo di freni all’irrazionale, una perenne interdizione del Dionisiaco per far spazio nel testo all’Apollineo. Nel redigere la motivazione, la legislazione grammaticale era dura. Angusta era la liturgia dell’atto, dura la teologia della ratio.

Non avevano cittadinanza, per esempio, vocaboli tratti dalla semantica dell’intimo, del recondito, del segreto e inconfessato opinare del giudice, dell’individuum, del soggettivo, dell’irrisolto sfogo. Per “decenza” la sentenza non insolentiva. Solo così lo ius dicere si distingueva e non gareggiava con il frastuono degli opinionisti della carta stampata e della televisione.

Pari era il destino  delle domande retoriche. Erano straniere al testo della sentenza. Leggerle avrebbe reso inquieto qualsiasi giurista. D’altronde era improprio ricorrervi perché la motivazione doveva argomentare e giustificare, ma non convincere. Domande retoriche e lessico emozionale erano espulsi dalla motivazione perché il destinatario di questa era l’imputato, l’avvocato, le parti processuali, i giudici di grado superiore, non la pubblica opinione.

D’altronde tutta questa Arcadia del tempo che fu, o che forse non fu mai, appare oggi svanire anche come modello cui tendere.

Annotiamo dunque la realtà che ci circonda e constatiamo che nelle vicende giudiziarie ad alto impatto mediatico non è infrequente imbattersi in motivazioni di sentenze nelle quali la misura e la sobrietà dell’esporre sono rimpiazzate da certa provocazione retorica, forte d’esser l’ultima parola almeno in quel grado di giudizio.

Il mutamento del medium riflette quello del destinatario del messaggio. Non apparirà dunque dissennato temere che, qualora la pubblica opinione fosse il nuovo lettore immaginario del giudicante, questi possa esser tentato di inoltrarsi sempre più in personalissime espressioni di insofferenza, di sarcasmo indispettito verso l’ostinata difesa, che rappresenta laicamente il katechon, “ciò che frena” la più gastrica giustizia di piazza.

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